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Un concerto per "conoscere quel che è stato per non permettere che accada di nuovo" Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Musica - Sinfonica
Scritto da Dario Ascoli   
Mercoledì 25 Gennaio 2012 17:18

(in progress) Il Giorno della Memoria si celebra da 12 anni Italia, da quando, con la Legge n. 211 del 20 luglio 2000 il nostro paese ha accolto la proposta europea e internazionale di dichiarare il 27 gennaio come giornata in commemorazione delle vittime del nazionalsocialismo e del fascismo.
L'art.1 fa riferimento ai cittadini ebrei, lascia solo intendere la condanna di altre persecuzioni - pensiamo agli zingari, agli armeni, ai curdi, agli omosessuali, ai malati psichiatrici, agli oppositori - e, inoltre, in un impulso di “vogliamoci bene” parla di “coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”
Il Teatro di San Carlo ha scelto di celebrare il 27 gennaio con un Concerto sinfonico-corale di grande pertinenza e di elevato valore culturale, non fosse altro che per la presenza in programma di una pagina rara come “I canti di prigionia” di Luigi Dallapiccola, affiancati dal Requiem di Gabriel Faurè e da letture di testi di poeti, drammaturghi, testimoni e vittime della follia nazifascista: Primo Levi, Eugenio Montale,Salvatore Quasimodo, Moshé Liba, Bertold Brecht e Bob Dylan.
Legata all'evento che ha condotto a scegliere la data del 27 gennaio, la presentazione di Renzo Gattegna, presidente dell' Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.
Particolarmente di attualità la lettura di un testo di Donatella Di Cesare da "Se Auschwitz è nulla: che cosa vuol dire negare", stante il negazionismo in ripresa non solo nei paesi di integralismo islamico, nei quali stoltamente si fa anche torto alle migliaia di musulmani turchi, armeni e curdi periti nei lager, ma anche nella "moderna" Europa.
Fa raggelare l'ipotesi che il negare sia semplicemente un ritenere incompiuto un annientamento, una "soluzione finale" rinviata, ma a cui non si sia mai rinunciato!
Invocarla per alimentare il dissenso contro le politiche del governo israeliano e, oltre che criminale, meschino; i governanti possono essere giudicati, condannati, destituiti, ma i popoli non possono subire condanne e tanto meno esecuzioni di massa!
Protagonisti l'Ensemble Stumentale e il Coro del Teatro di San Carlo, diretto da Salvatore Caputo, il soprano Eteri Gvazava, il baritono Georg Nigl, l'organista Riccardo Fiorentino e la voce recitante Ugo Maria Morosi.
Impossibile per molti presenti in sala e pressochè per tutti i musicisti sul palco non dedicare anche un pensiero dolente, pregno di ricordi e di riconoscenza ad un grande Maestro, che per tanti anni ha collaborato con il Teatro di San Carlo e che ha formato decine di musicisti, quasi tutti in piena carriera, parliamo del Maestro Carmine Pagliuca, compositore e didatta, che, lasciando un vuoto profondo, se n'è andato poche ore prima del concerto di cui vi diamo cronaca. Grazie Maestro!
Luigi Dallapiccola (Pisino-Istria 3 febbraio 1904 – Firenze, 19 febbraio 1975)è stato tra i pochi, e forse il primo compositore italiano ad abbracciare la dodecafonia.
Nato in terra d'Austria, in quell'Istria sempre contesa da più nazioni, ben presto, all'età di 5 anni, dovette seguire le sorti del padre, professore di letterature latina e greca, confinato a Graz con l'accusa di essere “politicamente inaffidabile”.
All'esperienza personale vissuta negli anni dell'infanzia e dell'adolescenza, lo stesso compositore fa discendere il primo interesse per l'argomento della privazione della libertà.
Non si ebbe a soffrire di alcuna brutalità, Pure, il cambiamento fra il ritmo tranquillo dei miei primi dieci anni di vita e quanto era avvenuto dopo, in così breve volger di tempo, era stato un po’ troppo brusco. Avevo l’impressione che fosse stata compiuta un’ingiustizia e sentivo in me un profondo senso di umiliazione”, scrive il Maestro negli anni '50.
La maggiore violenza egli dovette subirla nei propri affetti quando furono emanate, nel 1938, le leggi razziali in Italia; il musicista aveva sposato una donna ebrea, Laura Luzzato.
“Avrei voluto protestare, ma non ero ingenuo al punto di non sapere che, in un regime totalitario, il singolo è impotente. Soltanto con la musica avrei potuto esprimere la mia indignazione”.
E fu così che Dallapiccola interruppe la composizione dell'opera “Volo di notte” per realizzare quello che sarà il primo brano del trittico che prenderà il nome di “Canti di prigionia”, ovvero la preghiera scritta da Maria Stuarda nelle ultime ora di vita, trascorse in prigione, in attesa dell'esecuzione della sentenza capitale.
In tutti i brani del trittico, Dallapiccola scelse prigionie lontane nel tempo, non già per eludere temi di contemporaneità o per sfuggire a censure, quanto per poter trasporre in musica una condizione di privazione atemporale.
Il secondo brano utilizza un testo da "De consolatione philosophiae" di Severino Boezio, ed impiega un coro femminile, mentre il conclusivo brano mette in musica la "Meditatio sul salmo In te Domine speravi" di Girolamo Savonarola.
Il primo brano ebbe una prima esecuzione il 10 aprile 1940 alla Radio Fiamminga di Bruxelles, alla vigilia, quasi dell'invasione del Belgio da parte delle truppe di Hitler; per la prima esecuzione integrale si dovrà attendere l’11 dicembre 1941, a Roma, sotto la direzione di Previtali: nello stesso giorno Mussolini dichiarava guerra agli USA.
I Canti di prigionia possono essere ritenuti il primo passo verso la dodecafonia compiuto da un compositore italiano; Dallapiccola abbandona la scrittura diatonica e sposa la dodecafonia.
Prepara una serie che muove di terze e sotto di esse fa muovere la melodia gregoriana del Dies Irae, che svolge funzione unificante e al tempo stesso evidenzia il contrasto con un medioevo che la storia vorrebbe superato da secoli, ma che la follia umana del genocidio mostra essere pervasivamente sopravvissuto in un periodo tra i più cupi che la storia dell'umanità ricordi.
“La comprensione, non il successo né la possibilità di frequenti esecuzioni. Considerazioni come queste, in nessun momento della mia vita, nemmeno per un istante, hanno influito sul mio modo di essere o di pensare. Nei "Canti di Prigionia" ho prescritto il vibrafono, perché mi era necessario; pur sapendo che, nel 1938, in tutta Italia non se ne trovava nemmeno uno”.
La “Messe de requiem” op.48 di Gabriel Faurè (Pamiers, Ariége, 1845 – Parigi, 1924), è scritta per un organico che prevede soprano e baritono solista, Coro misto (voci bianche ad libitum), orchestra e organo.
Fin dalle prime esecuzioni il brano si fece notare per l'assenza di tinte fosche e apocalittiche, mentre non pochi sono i momenti di serena cantabilità e di leggerezza.
E’ stato detto che il mio Requiem non esprimeva il terrore della morte, qualcuno l’ha definito una ninna nanna della morte. Ma è così che io sento la morte: come una liberazione, un’aspirazione alla felicità dell’aldilà, piuttosto che come un passaggio doloroso […]. Può darsi che d’istinto abbia anche cercato di uscire dalle convenzioni; da tanto tempo accompagno all’organo servizi funebri! Ne ho fin sopra i capelli. Ho voluto fare un’altra cosa.”
Il Requiem di Fauré nella sua prima versione, che non prevedeva l'Offertorium e il Libera me, Domine , fu eseguita il 16 gennaio 1888 al funerale di un noto architetto parigino, nella Chiesa della Madeleine a Parigi, sotto la direzione dello stesso compositore, mentre nella versione definitiva venne eseguito nel 1900, il 12 luglio, in occasione dell' Esposizione Universale di Parigi.
L'impianto è fortemente modale e diatonico, anche l'Introito in re minore, che si annuncia con perentori accordi, ma che si tuffa presto nella quiete di una narrazione musicale, fa emergere frasi che usano la scala naturale e che quindi meglio si ascrivono nell' ambito di un modo dorico.
Il Kyrie evoca il gusto arcaico di cadenze plagali mentre l'Offertorio concede spazio a quello stile imitato che è obbligatorio in ogni composizione sacra che si rispetti, che si voglia essere o meno nella “scuola”.Per il Sanctus, Faurè ha scelto il modo ipofrigio; esso unisce la dolenza di sapore bizantino-orientale della seconda minore tra il primo e il secondo suono e l' irrisolutezza di una repercussio, attorno a cui la melodia si sviluppa, a distanza di un tono sottostante la fondamentale, ferma restando la finalis, che, naturalmente, si conserva dal modo autentico e che è plagale rispetto alla finalis.
Sognante il Pie Jesu per il soprano, invocante, senza terrore, il Libera me, per baritono, rassicurante In Paradisum.
Interessante la scelta dei brani recitati, da quelli di testimonianza come il passo di Primo Levi estratto da "Se questo è un uomo" a "Il sogno del prigioniero" di Eugenio Montale per passare da Blowing in the wind di Bob Dylan, non negandoci il privilegio di ascoltare e meditare su Il violinista di Auschwitz di Moshé Liba e quel poetico, ma severo monito a non disinteressarsi che è "Prima di tutto vennero a prendere" di Bertold Brecht.
Disciplinata e non più che tale, la prova dell'attore Ugo Maria Morosi, al quale va riconosciuto, tuttavia, il merito di avere evitato enfasi retoriche.
Il Coro del Teatro di San Carlo, preparato da Salvatore Caputo ha mostrato di proseguire sulla strada di accreditamento nel repertorio sinfonico, percorso tutt'altro che scontato e agevole per molte compagini corali dei teatri italiani.
Il Trittico di Dallapiccola ha posto in evidenza, del Coro, una capacità di lettura considerevole e una varietà espressiva duttile, anche su melodie seriali: di per sè un evento di rilievo per un Coro di un Teatro, abituato al più omolgato tonalismo del melodramma.
Nella pagina di Faurè , sostenuto dal solo organo, strumento affidato alla sicura musicalità di Riccardo Fiorentino, il Coro ha fraseggiato con proprietà ed espressività, ponendosi persino come "riferimento" per i solisti, talvolta non eccellenti nell'interpretare le atmosfere della partitura.
Se al soprano Eteri Gvazava si può riconoscere un bel colore vocale, sebbene adoperato su emissioni non di rado calanti, al baritono Gerog Nigl va imputato un timbro chiaro e privo di appoggio, una disuguaglianza nelle vocali, e l'incapacità di emettere le messe di voce sulle note lunghe. Si è giunti persino a dubitare della corretta classificazione della voce del cantante viennese, ex Sängerknaben, allorchè cantava su registro sopranile che la muta non sembra abbia mutato in baritonale pieno, lasciando un colore e una consistenza tenorile.
Passate al Coro, le frasi del Libera me hanno trovato intensità espressiva e retorica corrette, a dimostrazione della validità della lettura di Caputo, ignorata dal solista per supponenza o semplicemente per imperizia tecnica. E in molti del publico si saranno domandati: "perchè non assegnare a due validi artisti del Coro del Teatro le parti solistiche?"
Sempre ottima l'intesa tra il Coro e il suo direttore, e pregevole il risultato sonoro di tutte le corde, sorvolando su veniali esuberanze dei tenori.
Una serata di riflessioni e di grande musica, che l'eco della seconda possa essere in grado di mantenere davvero viva la memoria di ciò che "Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario" (Primo Levi).

Dario Ascoli

 
Eroismi in musica al Teatro di San Carlo: Evelyn Glennie e il Beethoven di Zilberkant Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Musica - Sinfonica
Scritto da Dario Ascoli   
Martedì 24 Gennaio 2012 00:43

La Stagione Sinfonica del Teatro di San Carlo il 22 e 23 gennaio 2012 ha proposto un concerto che ha accostato due autori molto diversi tra loro, il vivente James MacMillan e un classico come Ludwig van Beethoven.
La prima parte delle serate è stata occupata da un concerto per percussioni e orchestra su “tema sacro”, dal titolo “Veni, Beni Emmanuel”, composto tra il 1991 e il 1992; solista Evelyn Glennie, la sorprendente percussionista irlandese che condivide con Ludwig van Beethoven quella privazione che sarebbe esiziale per ogni musicista e che, in lei come nel Divino di Bonn, si fa virtù e diversa abilità nella più artistica delle accezioni.
L'Orchestra è stata quella stabile  del Teatro di San Carlo, diretta da una bacchetta di sicuro mestiere come Eduard Zilberkant, che ha frequenti collaborazioni con la celebre percussionista.
Veni, Veni Emmanuel è stato eseguito per la prima volta nel 1992 alla Royal Albert Hall di Londra, solista la stessa Evelyn Glennie; si tratta di una composizione divisa in cinque sezioni, ed è ispirata all'omonimo inno del periodo dell'Avvento.
La solista, che per meglio utilizzare la propria diversa abilità suona a piedi nudi, corre lungo il palco per suonare i diversi strumenti e mantiene elevatissima la concentrazione per seguire con lo sguardo il gesto del direttore, i movimenti degli orchestrali e, ovviamente, le vibrazioni trasmesse dall'orchestra al palco.
Si badi, tuttavia, che non è la capacità di far fronte alla difficoltà sensoriale a suscitare un peloso interesse che si traduce in applauso, ciò che affascina e coinvolge è la qualità musicale della performance, tout court, è l'Arte.
Da brivido il finale, nel quale l'orchestra suona i campanellini e la solista, dal fondo del palco, si esibisce alle campane tubolari, fino a lasciare che le vibrazioni si esauriscano lentamente , fino a quando, dopo una intensa, lunga corona, Evelyn Glennie sfiora ad una ad una le campane, chiudendo il brano e riconsegnando la scena al silenzio.
Nell'occuparsi della Sinfonia n.3 op.55 “Eroica” di Ludwig van Beethoven si rischia di ripetere ovvietà note, Fabrizio Della Seta parla di “sinfonia quasi un romanzo”.
Nella prima edizione, pubblicata nel 1806, l'autore si preoccupò di suggerire la collocazione della Sinfonia all'interno di un programma concertistico:
“Questa sinfonia essendo scritta apposta più lunga delle solite si deve eseguire più vicino al principio ch'al fine d'un Accademia...; accioche, sentita troppo tardi, non perda per l'auditore, già faticato, delle precedenti produzioni, il suo proprio, proposto effetto”.
L'articolazione nei tempi è: Allegro con brio - Marcia funebre (Adagio assai) - Scherzo (Allegro vivace) - Finale Allegro molto).
La terza sinfonia beethoveniana possiede una valenza extramusicale notevole, anche se, personalmente, non ami il termine che è solo ad uso degli ascoltatori, ma che, se riferito all'atto creativo dell'autore, non rende merito né all'arte dei suoni nè all'intelligenza, quella sì, extramusicale, del musicista, che nessuno autorizza a mettere in discussione, prescindendo dalla circostanza che le sue opere siano "a programma" o meno, evidentemente.
E' fin troppo noto come il sottotitolo originariamente apposto da Beethoven fosse “Bonaparte” e che essa sia stata composta “...per festeggiare il sovvenire di un grand'Uomo”, ma che, appena Napoleone si autoincoronò imperatore, il compositore provvide a cancellare, anzi, si vuole che il secondo tempo sia stato sostituito con la Marcia funebre, che, fin dalla prima esecuzione, è stabilmente parte della Sinfonia in mib, la marcia “sarebbe la concreta risposta di Beethoven alla petizione di Maggio per la proclamazione dell'Impero” osseva Piero Buscaroli; lo stesso musicologo con grande acume rileva che l'intera poetica eroica ispirata a Bonaparte rimane inalterata nei tre tempi non sostituiti della sinfonia, e non possono rinvenirsi forzate metafore di presagi di cadute e di sconfitte, oppure ridurre l'intera composizione ad una biografia in forma-sonata.
Persino Hegel si lasciò andare ad una sottolineature retorica e superficiale: “Lo spirito del mondo cavalca attraverso la storia”.
Il committente della Terza fu Lobkowitz, che non ebbe da ridire sul sottotitolo “Bonaparte”, durante la stesura che occupò sette mesi, da maggio a novembre 1804, ma che in agosto era sufficientemente abbozzata al punto da consentirne un'esecuzione privata.
Napoleone scomparve dal titolo e si vuole sia stato “sepolto” con la Marcia funebre, splendida, che sostituì un originario movimento brillante.
Tuttavia a dare l'autentico significato di tramonto di una speranza è il sopraggiungere, dopo l'andamento di marcia propriamente detta, di un fugato, che è tanto una metafora di arcaicità musicale, quanto un'amara constatazione di ritorno ad un passato che la Rivoluzione aveva fatto sperare fosse superato dalla storia, senza opzione di ritorno.
La terza segna una svolta nella maturazione della sapienza sinfonica del genio di Bonn, la forma-sonata è rispettata nella sostanza, ma è allo sviluppo, piuttosto che alla esposizione dei temi, che il compositore dedica la maggiore cura, mentre il materiale tematico è assai vario e emerge quasi una citazione del motivo dell'ouverture del singspiel mozartiano Bastien und Bastienne.
Di amplissime dimensioni, si è detto, è il secondo movimento Marcia funebre. Adagio assai; siamo pienamente nella prassi che sarà del romanticismo, di dedicare un tempo di sonata o di sinfonia al tema della morte.
Analizzando la cronologia è evidente che non si celebri o si compianga la fine di Napoleone, al quale restano ancora sedici e quasi un mese anni di vita quando il 7 aprile del 1805 la Sinfonia venne eseguita per la prima volta al Teatro an der Wien.
Una dedica al tramonto, alla mortificazione delle speranze rivoluzionarie, liberali e democratiche, ma dovremmo supporre, e non ne abbiamo riscontri certi, che esso sia stato composto dopo il ripensamento circa la dedica bonapartista.
E' più verosimile, tuttavia, che Beethoven abbia compiuto una scelta in voga nel tempo, d'altra parte egli stesso l'adottò nella Sonata per pianoforte op.26; nell'animo romantico, all'indomani delle grandi conquiste, si fa largo un sentimento di nostalgia, non già di un'organizzazione politica o sociale che si è scardinata, quanto per qualcosa che si percepisce essere stata vissuta in un mondo illiberale che ha impedito la felicità o la piena realizzazione.
Il consueto episodio centrale in maggiore sembra volere mostrare ciò che sarebbe potuto essere e che non è stato, mentre allo Scherzo e al Finale compete il ruolo di esaltare la speranza in ciò che sarà.
Zilberkant ha affrontato entrambe le partiture con enorme sicurezza di scansione, indispensabile nel brano di McMillan e quasi rischiosa nella lettura di Beethoven.
L'esposizione del primo tempo della Sinfonia è stata eseguita con inflessibile regolarità, quasi a scapito dello sbalzo dei temi, ma appena affrontato lo sviluppo è stato chiaro si trattasse di una scelta analitica degna di rispetto.

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Tosca nella rivoluzione Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Musica - Lirica
Scritto da Serena Gaudino   
Domenica 29 Gennaio 2012 14:39

Parlare della Tosca di Puccini da un punto di vista musicale è quasi sempre imbarazzante. Soprattutto per un motivo: l’opera è talmente bella che chiunque abbia una voce decente e un po’ di guizzo artistico riesce a strappare applausi e a piantarsi in fondo al cuore del pubblico. Arie e ariosi di grande presa, storia e note pucciniane e il gioco è fatto. Eccola qua Tosca, l’eroina di un Puccini strepitoso che non sa tirarsi indietro davanti a nessuna sfida! Ed è stata così: musicalmente impeccabile la Tosca che ha lasciato da poco le scene del Regio di Torino. Uno spettacolo godibile, con la voce e la musicalità piena della brava Mara José Siri nei panni proprio di Tosca. E anche l’orchestra, guidata ancora una volta dall’instancabile Gianandrea Noseda ha fatto la sua parte. Prestandosi generosamente a una lettura drammaturgica rivoluzionaria di cui però parlerò più avanti, non prima di aver aperto una piccola finestra su un problema, secondo me grave, che si profila sempre più angoscioso per il teatro d’opera. Parlo dell’abitudine di sdoppiare (o triplicare) gli interpreti per alcuni dei ruoli chiave dell’opera. Mi spiego meglio: quando sono andata io a Teatro a interpretare Tosca era appunto la Maria José Siri, il giorno prima però Tosca era interpretata da Svetla Vassileva. Lo stesso e ancora peggio per Cavaradossi interpretato da ben tre cantanti a giorni diversi: Alvarez, Massi, De Caro. Anche Scarpia ha il suo doppio, niente paura: un giorno Ataneli, l’altro Zanon (quello che ho ascolato io). La riflessione è questa: cosa succede? Cosa spinge le produzioni a un simile miscuglio? Probabilmente lo spettacolo operistico oggi, e non ne sono affatto contenta, viene sempre più relegato a oggetto da museo/interattivo/esperienziale, dove non conta più l’opera d’arte in quanto tale (rappresentazione artistica di un cantante o di un musicista, o di un compositore), bensì l’esperienza emotiva che provoca negli ascoltatori/visitatori del museo. Andare all’opera quindi significa concretamente andare a fare un’esperienza senza badare troppo a chi tra i vari operatori lavora alla realizzazione di questa esperienza. E’ una visione di parte, certo, un mio pensiero che può anche non essere condiviso e sostituito dal fatto che ormai il divismo del cantante è quasi del tutto cancellato (più il concetto che la bravura vera e propria che io invece apprezzo e sottolineo ogni volta che la incontro) e quindi non si parla più della Tosca di… della Butterfly di… ! Ognuno degli interpreti segue fondamentalmente una propria agenda dove però, tra un’opera e l’altra piazza altre prove, qualche concerto, lezioni a master e in conservatorio.
Detto questo però torno alla Tosca del Regio di Torino e stringo virtualmente la mano a tutti gli interpreti di questa opera che, mi ripeto, è uno dei capolavori di Puccini: a Maria José Siri in particolare ma anche a Riccardo Massi e a Silvio Zanon che hanno dovuto piegarsi a una rilettura registica che ha totalmente cancellato la teatralità insita nel libretto e consequenzialmente nella musica di Puccini che spesso presenta, accompagna e sottolinea personaggi e azioni dell’opera.
Jean-Louis Grinda, responsabile di questo allestimento coprodotto dal Palau de les Arts Reina Sofia di Valencia, dalla Opéra de Monte-Carlo e dalla Fondazione Festival Pucciniano di Torre del Lago, ha voluto firmare in modo originale quest’opera e l’ha voluto fare a prescindere dal libretto e dalla sua insita teatralità, ma l’ha voluto fare addirittura a prescindere dalla musica.
La sua lettura si apre, e di questo ne siamo contenti perché è l’unica, insieme a quella finale, con un piccolo filmato che ci mostra il volto di Tosca in primo piano un attimo prima che spicchi il volo dalla Torre dove poco prima gli uomini di Scarpia hanno ucciso il suo amante. E’ un filmato forte, che prelude o illude a uno sviluppo altrettanto forte che però, invece non arriva. Al suo posto arriva qualcosa di illeggibile in cui l’azione scenica segue un filo logico molto distante dall’originale: a partire dall’entrata in scena di Tosca che guarda il quadro dipinto da Cavaradossi col ritratto della sua presunta amante disteso sul pavimento, alla cappella seminterrata (un ipogeo?) in cui si nasconde l’Angelotti, e alla figura del sagrestano eccessivamente caricaturato. Nel secondo atto invece sparisce il famoso canapé, il simbolo del potere di Scarpia che esercita su Tosca invitandola a riscattare col sesso la vita di Cavaradossi. Ma spariscono anche il crocifisso, le candele, e la scrivania di Scarpia si trasforma in una immensa bara che funge anche da entrata alla stanza delle torture dove appunto è prigioniero il pittore. In pratica, l’unico guizzo di Grinda è quello di cancellare in un sol colpo quel concetto di teatro nel teatro a cui l’opera di Puccini fa un continuo tributo, lasciando in scena l’orrore che si consuma a terra, sul mantello di Tosca steso da Scarpia stesso e la rete dei motivi musicali ricorrenti monca delle azioni a cui sono legati. Abbandonato e non riconosciuto quindi lo sforzo enorme fatto da Puccini a zittire Giacosa poco convinto che la musica potesse tenere insieme tutte quelle quantità di azioni, colpi di scena e stravolgimenti e allo stesso tempo aprirsi, come invece è successo in grandi melodie appassionate. Risultato: l’opera è molto più cruenta di come è stata concepita, ma anche molto meno teatrale, Tosca è una divina cantante il cui divismo viene mozzato dalla mancanza di specchi, dal famoso sofà e da quel crocifisso che non potrà mai appoggiare affianco a Scarpia dopo averlo ucciso.
Anche nel finale c’è un filmato bellissimo: Tosca che vola, che cade, che si schianta. Ma prima manca tutto: la scoperta del cadavere, l’arrivo dei gendarmi, l’ultima scena è Tosca sola che si accorge della morte effettiva di Cavaradossi e dopo la corsa su per le scale della torre spicca il famoso volo. Questa volta, credo, digitale.

 
Nasce il Teatro “Le Sedie” Stampa E-mail
Oltrecultura: Eventi Prosa - Oltrecultura: Eventi Prosa
Scritto da Comunicato Pervenuto   
Mercoledì 25 Gennaio 2012 16:13

Roma - quartiere Labaro: una borgata nata all’inizio del ‘900 a ridosso della via Flaminia, sulle sponde settentrionali del Tevere, un posto troppo lontano dal grande centro della capitale.
Un luogo di confine, con situazioni di emarginazione dell’estrema periferia, che si presenta come una comunità con le caratteristiche tipiche di un paese e che offre anche alcuni servizi tipiche dell’area metropolitana, tranne quelli culturali.
Per colmare questa mancanza Francesca Biancat e Andrea Pergolari, attori e scrittori, hanno dato vita ad un progetto ambizioso: creare uno spazio culturale innovativo, creativo e interattivo che coinvolga l’intero quartiere e che restituisca un punto di aggregazione per la comunità. Con questi e molti altri intenti hanno perciò inaugurato lo scorso anno il Teatro Le Sedie.
Il nome dato al teatro è ispirato all’opera del drammaturgo francese Eugène Ionesco che racconta la storia di due vecchi che vivono in un faro solitario e che aspettano l’arrivo di un gruppo di invitati riempiendo lo spazio di sedie vuote.
Ogni sedia è un personaggio con una sua storia e una sua identità da mettere in gioco.
Con l’intento di rappresentare proprio un numero illimitato di storie, di dare la voce a molteplici realtà individuali, favorendo il confronto e lo scambio, la struttura è stata concepita come un insieme di sedie tutte diverse, che compongono la platea, fornite da alcune aziende friulane (il progetto infatti, oltre ad essere risultato vincitore del bando per l’accesso al Fondo della creatività 2009 della Provincia di Roma, ha anche ottenuto il patrocinio da parte di Asdi Sedia, Agenzia per lo sviluppo del Distretto Industriale della Sedia del Friuli Venezia Giulia).
Oltre ad offrire percorsi di formazione nel campo del teatro e dell’audiovisivo per scoprire diversi linguaggi artistici, Francesca Biancat e Andrea Pergolari hanno dato vita ad una mnemoteca,: un luogo della memoria vivo, ricettivo verso tutto ciò che ci accade intorno, che vuole restituire al pubblico le diverse storie, attraverso le molteplici forme artistiche del teatro, del cinema, e del racconto. Importante è ancora la pubblicazione del semestrale “Narratempo”, una distribuzione nazionale, pubblicata in collaborazione con la casa editrice Lavieri di Caserta. La rivista propone storie, ricordi, testimonianze raccolte dal centro di narrazione Le Sedie, ed è la diretta emanazione della mnemoteca, un modo per distribuire le opportunità della mnemoteca a livello nazionale.
Letture, spettacoli teatrali, proiezioni cinematografiche caratterizzano questo spazio culturale che si presta a diverse forme d’arte. Un vero punto di riferimento per il quartiere e per chiunque voglia far vivere la cultura e vivere di cultura. La stagione teatrale del Teatro Le Sedie è ricca di appuntamenti: spettacoli di prosa e interattivi caratterizzano il cartellone, ma anche lavori adatti ai più piccoli con spettacoli e letture performative. Non mancano laboratori teatrali e proiezioni cinematografiche con diversi appuntamenti durante la stagione.

 
Giornata della Memoria: L'Istruttoria di Peter Weiss, riletta nel laboratorio di Daniele Salvo Stampa E-mail
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Scritto da Alessandra Bernocco   
Lunedì 23 Gennaio 2012 11:49

"Bene, adesso i nazisti possono trasformarsi in cadaveri". Ci troviamo in una grande palestra adibita a sala prove in un quartiere semicentrale della capitale, al quarto giorno di un laboratorio teatrale destinato a diventare una messa in scena.
Tema: L'Istruttoria di Peter Weiss, il testo che il drammaturgo tedesco morto nell'82 ha elaborato a partire dalle testimonianze del processo tenutosi a Francoforte sul Meno dal 10 dicembre 1963 al 20 agosto 1965, contro un gruppo di SS e di funzionari del Lager di Auschwitz.
La consegna arriva da Daniele Salvo, attore e regista di emancipata ma solida formazione ronconiana, qui in veste di maestro-conduttore di un work in progress per venticinque attori professionisti. E la sua provocazione è soltanto apparente. Nell'invito a disporsi come corpi ammassati, immobili, privi di vita infatti, non c'è ombra di cinismo: casomai la nonchalance di chi si rivolge a interlocutori 'sintonizzati', uniti da codici di comunicazione inventati lì per lì.
Con la stessa nonchalance il giorno successivo si informerà su "quante sono le cementificate da sentire".
Che nel gergo provvisorio significa: quante sono le attrici che intendono confrontarsi con la testimonianza di una donna sottoposta a 'esperimenti di medicina' che sfidano l'umana possibilità di sopravvivenza.
Di qui il titolo- 'canto della possibilità di sopravvivere'- ovvero il quarto di questa raccolta che si ricorda anche come 'oratorio in undici canti'. Una scena dove si parla di 'materiale umano', di raggi Rontgen diretti sulle ovaie, successivamente asportate, di iniezioni nell'utero dove veniva introdotta una sostanza pastosa come cemento per incollare l'ovidotto e impedire il concepimento, di fecondazioni artificiali e aborti provocati al settimo mese di gravidanza.
"Mi piacerebbe che tutte le donne ci lavorassero, ma solo se ve la sentite". La cautela è d'obbligo, se si considera che il suo approccio al testo di Weiss è completamente inedito.
Oltre l'esplicita indicazione dell'autore, che affranca l'attore da un coinvolgimento diretto a favore di una neutrale disposizione a riferire, brechtianamente, come si trattasse di una terza persona, l'operazione messa in atto in questo caso mira invece a cercare l'identificazione, e con essa verità e credibilità.
Questa, soprattutto, la novità dirompente, che trascina gli attori in un lavoro complesso, affascinante, rischioso. Dove la ricerca non rinvia alle obsolete avanguardie del terzo teatro, ma è ricerca interiore, che ti interpella e sollecita verso un registro emotivo, "a volte quotidiano, commisurato al nostro tempo".

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Lettori nel 2012

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Verificati > 280.000 lettori nel corso del 2011 -------------------- Previsti > 300.000 lettori nel corso del 2012